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Francesco del Zio - Atleta Azzurro
Francesco del Zio
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Francesco del Zio la mia vita in surplace. Storie di calcio, di ciclismo e di vita.
Francesco del Zio
Francesco del Zio
Dicono di Me

Angelo Pascucci

Angelo è l’alter ego di Franco: probabilmente la persona che gli è stata più vicina negli ultimi anni. Fotografo, ha alle spalle una carriera come professionista per l’Associated Press, una delle più grandi agenzie mondiali di stampa. La loro è un’amicizia nata, ovviamente, sulla comune passione per il ciclismo. Che Angelo praticò: tra i suoi ricordi una Roma-Napoli con le bici e sulle strade che non sono quelle di adesso.

«L’ho conosciuto circa vent’anni fa. Francesco era passato al bar che frequentavo io, e gli dissero "guarda che c’è uno che si intende di ciclismo", e lui aveva risposto "mandatelo da me, alla galleria, che voglio conoscerlo". Ci incontrammo dunque alla sua galleria d’arte. Ma se lui non sapeva chi fossi, io sapevo chi fosse lui: avevo seguito la sua carriera, con attenzione, conoscevo i suoi risultati. Ci confrontammo, e lui scoprì che io ero al corrente dei suoi risultati nel minimo dettaglio. Ricordo che leggevo sui giornali come questo Del Zio battesse spesso gli altri nazionali, e mi chiedevo come mai alle gare più importanti qualche volta non lo avessero convocato. Da quell’incontro siamo diventati amici. Ho assistito ad esempio all’incontro con Leonardo Giordani, da Caldaro a Centocelle, quando Franco gli spiegò l’importanza di una postira corretta e la sua esperienza. Nel 1999, prima del Mondiale di Verona, gli chiesi appunto notizie di Giordani. E lui mi rispose: "Se ha fatto ciò che gli ho detto, vince lui". E Giordani vinse, anzi stravinse. Il carattere di Franco è quello di una persona buona, è altruista, sempre disposto ad aiutare chi ha problemi».


Antonio Castello

Romano, classe 1945, più volte tricolore della velocità sin dalle categorie giovanili, campione del mondo di inseguimento a squadre.

«Lo so bene, che spesso ci siamo trovati in rotta di collizione, e spesso gli sono finito davanti. Capitava di vincere e di perdere, ma so che il più delle volte davanti sono finito io, anche in una finale di campionato italiano. Era un corridore tosto, puntiglioso, tignoso, quando perdeva trovava sempre la scusante per la sconfitta, lo stimolo e il motivo per rilanciare la sfida successiva, "sì, hai vinto, la ma prossima volta vedi, metto anche io il cambio al manubrio..., poi vedrai che ti faccio". Sinceramente non l’ho mai visto come "il rivale", perché ho cercato di guardare sempre oltre i confini dell’attività romana, magari era un dualismo che sentiva più lui. Io ero stato battuto il primo anno da un certo milanese Forloni, e avevo questa rivincita da conseguire: mi sono messo a fare la pista perché volevo andare a vincere a casa del "milanese", e infatti andai e vinsi. Ma i rapporti con Franco erano e sono ottimi, viaggiavamo insieme, abbiamo fatto il militare insieme con la Forestale, abbiano convissuto nella stessa stanzetta per otto mesi. Ora ci si vede, ci sentiamo, abbiamo amici comuni. Anche con la famiglia avevo un buon rapporto, ricordo che andavo spesso a trovarlo, al Quarticciolo: Franco è uno sincero, quello che ti dice sai che è vero, a differenza di altri personaggi di cui non mi sono mai fidato tanto, che facevano gli amici in gara ma in realtà non lo erano affatto.

Anche io penso che Franco non abbia raccolto quanto meritasse. Io stesso ho seguito varie strade, mi hanno fatto abbandonare la mia specialità, che era la velocità, ho corso un po’ su strada, sono passato all’inseguimento a squadre, ho vinto anche il Mondiale, ma in definitiva io ero un velocista. E poi mi hanno fatto smettere, alle Olimpiadi mi hanno escluso il giorno prima, per cui ho mollato giovane, avevo appena 24 anni, e non ho nemmeno seguito poi tanto gli sviluppi della carriera di Franco. So però che ha ottenuto degli ottimi risultati, è maturato nel tempo: e alla fine hanno fatto smettere anche lui, mentre penso che avrebbe avuto ancora da dire anche lui. Lo hanno fatto chiudere, gli hanno detto "tu sei anziano", ma credo che le qualità per continuare le avesse ancora.

Le sue doti? Come scattista era abbastanza bruciante, i primi cinquanta, sessanta, settanta metri, come velocista, ma teneva bene anche sul chilometro. E poi era un’ottima guida come tandem, forse uno dei migliori come impostazione tattica».


Corrado Zanchi

Ho incontrato Francesco in un momento difficile della mia carriera, ho conosciuto Franco come massaggiatore, mi ha colpito per le sue doti,essendo comunque un grande conoscitore del proprio lavoro e soprattutto per le sue grandi capacita’ umane.

Franco ha intuito questo mio momento di difficolta’.Con molta sicurezza e semplicita’ e’ riuscito a farmi tirare fuori le mie doti migliori.

Dopo questo nostro incontro, ebbi una partita che fini’ 2 a 0, io segnai le due reti come Franco aveva previsto.

Dopo quel momento ne e’ seguito un rapporto fondato sulla fiducia,sulla stima e sulla reciproca amicizia.Franco nell’arco della stagioni mi e’ stato sempre vicino in maniera discreta, mai invadente.

Anche se per impegni propri ci ha lasciato, lasciando un buon ricordo al Guidonia , so che in qualunque momento posso’ contare su di lui.


Claudio Gallozzi

Medico sportivo, ortopedico, all’Istituto di Scienza dello Sport a Roma.

«E’ un amico innanzitutto. E’ sicuramente una persona di grandissima esperienza sportiva, in qualche modo geniale: ha una grandissima curiosità, e ha la capacità di trasferire quello che ruba con gli occhi alla pratica sportiva. Quello che mi ha sempre colpito, è stata da subito la sua voglia di apprendere, di conoscere, di approfondire e allargare i suoi campi d’azione, spaziando anche in ambiti che sono abbastanza lontani da lui. Io sono medico, e spesso abbiamo grandissime discussioni appunto di carattere medico-scientifico: lui cerca di carpire il più possibile e poi di applicare le sue conoscenze alla pratica quotidiana. Io l’ho conosciuto dopo la fine della sua carriera, lui frequentava l’Istituto di Scienza dello Sport già nei primi anni del mio lavoro. Ed è un personaggio che all’Istituto ha lasciato una traccia, perché tramite l’amicizia con Antonio Dal Monte e con Marcello Faina è stato uno tra coloro che ha creduto nella scienza dello sport e si è messo a disposizione per cominciarele sperimentazioni e gli studi, e sto parlando ormai di trent’anni fa. Inizialmente faticavo a inquadrarlo: lui si presentava con atleti anche di alto livello, ed era una presenza costante. Ho capito dopo quale fosse il suo ruolo: ora lo definirei un elemento che non trova corrispondenza nel mondo sportivo, perché è assolutamente unico nel suo genere».


Fiorenzo Sorgi

Classe 1954, laziale di Contigliano, dove è titolare di un apprezzatissimo ristorante, pistard nei primi Anni Sessanta.

«Sotto l’aspetto atletico Franco ha avuto una costanza che ad altri è mancata. La sua vita sportiva non è stata semplice, a cominciare dalla necessità di emigrare da giovane: parlo del suo viaggio a Torino dove ha comunque trovato più spazio e comprensione, e quindi una volta affermato è rientrato a Roma fino alla fine della carriera. Ci siamo conosciuti nel 1960-61, lui iniziava, io avevo cominciato da un anno. Facendo tutt’e due la velocità, ci trovavamo spesso di fronte: settimanalmente si facevano le riunioni, a metà settimana a Roma o nei fine settimana anche fuori città, Torino, Mantova, Miolano, Bologna, Rimini, Firenze, Napoli. Ma i suoi migliori risultati li ottenne nella maturità: io smisi molto presto, rimasi in pista soltanto cinque anni, ma dopo ho continuato a seguire i suoi risultati attraverso i giornali. E lui, con la maturità fisica, con una maggiore consapevolezza dei suoi mezzi, con una preparazione sempre più specifica, personalizzata - all’epoca era tutto collegiale: ciò che valeva per uno valeva per tutto - è arrivato molto avanti.

Come amico, c’è poco da dire: è un pezzo di pane, è un buono, forse ha acquisito solo con il tempo la cattiveria agonistica, a furia di schiaffi ha cominciato a darli anche lui. C’era un bel lotto di atleti, a quel tempo: per emergere ci volevano possibilità economiche e molta costanza, a Roma non era certo facile farsi largo. Poi arrivò il Centro Sportivo Forestale e le cose cambiarono: ma prima le società facevano ciclismo soltanto per allargare l’attività, parlo di Roma e Lazio, mentre un po’ più di attenzione la riservava la Libertas. E c’erano anche squadre che speculavano molto sulle gare, con ritorni economici anche importanti: ma la sostanza è che spesso i corridori faticavano anche a farsi dare la bicicletta.

Lui entrò in Forestale, e io facevo l’ultimo anno, prima di mollare, per ragioni che non erano soltanto sportive. C’era anche molta politica, e l’ambiente non mi piaceva più: avevo avuto l’idea di tentare da un’altra parte, c’era un italiano in Messico, Luigi Casola, che sosteneva l’attività laggiù, e mi era passata per la testa l’idea di andarmene per aspettare i miei colleghi fino all’Olimpiade del 1968. Ma a casa la situazione non era facile, non c’era più mio padre, e alla fine a me è mancato anche il coraggio.

Del Zio... mi sembra di vederlo, quando si andava in surplace lui spesso ci si addormentava, lo chiamavamo Sonnecchio, come quello del Corriere dei Piccoli. Indugiava troppo, e spesso perdeva le volate. Lui si impegnava nel surplace, e l’avversario se ne andava. Come sprinter, sia chiaro, era uno dei migliori scattisti. La sua carriera, come quella di tanti altri, avrebbe potuto essere più importante: la nostra estrazione sociale, la mia come la sua, ha avuto il suo peso, e a questo si unisce il fatto che non sempre la società - parlo del periodo prima della Forestale - ti supportava molto, ma si atteneva ai calendari essenziali senza investire sul corridore, e alla fine insomma la carriera si riduceva a una convocazione in Nazionale e a un risultato di prestigio, ma oltre non si andava. E gli stessi titoli italiani alla fine avevano un valore relativo, e ciò che pesava veramente era una vittoria di prestigio a livello di Nazionale. E succedeva che anche atleti di valore valevano accantonati per motivi che prescindevano dai risultati: ricordo il caso di Giacomo Zanetti, più volte tricolore, che era stato escluso da una convocazione perché "non rappresentativo".

Attorno a noi, a quell’epoca, mancava anche tutto, compreso il sistema di comunicazione che ruota attorno a un corridore e che può decretarne la fama al di là dei risultati. C’era un dottore, Tarantino, che vedevamo una volta al mese. C’era un signore, Gigi Federici, che ci aiutava, era una specie di allenatore, che aveva cognizioni non certo larghissime: noi andavamo appresso a lui, ci dava una mano, ci consigliava. Era Federici che ci diceva "lascia perdere, la bici non è per te", a qualcuno diceva: "insisti", ad altri "lavati...". Era questo il nostro mondo. Poi arrivò Guido Costa, e le cose cambiarono, anche se so che lui stesso dovesse accettare certe imposizioni federali. Una volta mi confidò: "guarda che dei nomi che propongo, un paio me li cancellano sempre". E fu proprio una di queste situazioni che mi indussero a mollare, perché ero nel giro della Nazionale con Castello e Valentini, e la Forestale iscrisse un altro ragazzo. Era il 1965, sfumò anche la possibilità di andare al Mondiale. E così essendo anche allievo forestale a Città Ducale, andai al Ministero, mi tolsi la giacca, la consegnai al nostro presidente, il dottor Benvenuti, e detti le dimissioni, dal ciclismo e dalla Forestale».


Giancarlo De Sisti

Classe 1943, campione di calcio degli Anni Sessanta-Settanta, più volte in Nazionale (29 presenze, quattro gol). Dopo la carriera in campo è stato allenatore di calcio.

«Quando lo conobbi, facevamo il militare, e Franco era un fanatico della bici. Poi è diventato un esperto e abilissimo fisioterapista, ma io di queste sue virtù all’epoca non ero al corrente: in lui vedevo soltanto una grandissima passione per le due ruote. E ricordo che quando si mettevano sui rulli, lui e Pettenella, erano uno spettacolo: si allenavano quando non potevano uscire, e per noi che non avevamo la loro dimestichezza era come impiccarsi. Poi abbiamo continuato questo rapporto, anche se non ci siamo frequentati tantissimo perché ognuno ha la sua vita, la sua famiglia, ma recentemente siamo stati a contatto quando ho lavorato alla Lazio. Franco è sempre alla ricerca di nuove emozioni, di sensazioni, di confrontarsi con se stesso, mettersi alla prova, per capire dove può arrivare. E queste verifiche, Del Zio le fa passo passo anche su situazioni che sono inerenti allo sport, ma hanno delle qualificazioni diverse: come il suo studio sulla postura, sui piedi. Magari un campione di maggior blasone e maggior fama sa farti vedere ma non ti sa spiegare, come nel calcio spesso i grandi calciatori non sono grandi allenatori; e lui invece è sempre alla ricerca dello specifico, su fatti, discipline, situazioni, in questo ha ottenuto degli ottimi riscontri. E’ un ragazzo che si applica, molto serio, che riesce bene in questi suoi viaggi - chiamiamoli così - di studio. Sono contento per lui, perché siamo amici, e questo gratifica entrambi. Sono contento se continua ad avere successo: tutto qui».


Gianluca Capitano

Abruzzese, classe 1971, svariati titoli tricolori di velocità, di velocità olimpica, del km da fermo, e del tandem, sin dalla categoria esordienti. Campione del mondo del tandem nel 1990 con Federico Paris.

«Franco è così, come lo vedi. genuino, spontaneo, con la sua comunicativa pittoresca ma assolutamente efficace. Lo conobbi prima di andare ai Mondiali del Giappone, eravamo all’Acquacetosa e Mario Valentini lo chiamò perché venisse a parlare a me e a Paris che stavamo preparando la gara del tandem. Ricordo che ci raccontò mille aneddoti, su come lui conduceva la sua vita da atleta, sulle sue tattiche: avendo capito che non aeva le doti di un fuoriclasse, faceva correre spesso la testa più delle gambe. E in quell’occasione ci spiegò le sue due o tre strategie di gara che aveva avuto modo di affinare durante la carriera: Franco ha studiato molto, si è applicato. Mi ricordo bene la tattica che usammo, che era quella che ci aveva spiegato lui: stare appiccicati alla ruota dal tandem avversario, e nel punto in cui si era deciso di partire in base alla distanza dall’arrivo congeniale alle nostre caratteristiche, scattare a tutta con un rapporto più leggero rispetto agli avversari, passarli, chiuderli un attimo in modo da interrompere la loro azione, quindi andare via fino all’arrivo. Certo, lui la racconta in modo molto più pittoresco: ma proprio il modo in cui lui ti dipinge le situazioni, ti aiuta a ricordarle meglio quando devi applicarle. Con la sua tattica abbiamo conquistato il Mondiale, ed erano ventidue anni che l’Italia non vinceva con il tandem.

«Io e Paris ci eravamo trovati durante l’inverno sul tandem, e in verità non avevamo mai girato insieme, per cui per noi era un mondo nuovo. E lui ci aveva spiegato quella che era stata la sua esperienza, di velocista che si era trovato ad affrontare i mostri sacri della specialità: ma con una buona comunicazione - lui insisteva su questo - ci spiegava che si riusciva a battere anche quelli che sulla carta erano più forti. Noi infatti battemmo i campioni in carica, i francesi Colas-Magné, che di titoli ne avevano già vinto tre-quattro di fila. I suoi consigli ci hanno fatto arrivare ai Mondiali con la consapevolezza di dover lavorare molto, moltissimo, sull’affiatamento, e non forzatamente sulla ricerca dei tempi e sulla potenza. E infatti al Mondiale non montavamo un 49x13, mentre gli altri utilizzavamo il 51-52.

«Franco è stato uno dei maggiori interpreti del tandem, ma anche individualmente era riuscito a farsi largo: non si batte uno come Morelon, come fece lui, se non si hanno le qualità. E lui aveva capito che nel tandem avrebbe raggiunto i maggiori risultati, appunto perché l’aspetto strategico diventava preponderante rispetto al fattore atletico»


Gianni Fratarcangeli

Classe 1951, pistard, nel clan della gloriosa Forestale degli Anni Settanta.

«A Franco mi lega un’amicizia antica, nata sulle piste: abbiamo fatto tante gare, anche un Gran Premio Internazionale, e un paio di anni siamo stati insieme sul tandem: eravamo molto affiatati, lui è una persona intelligentissima, e i suoi risultati derivavano soprattutto da questo suo acume. Era un corridore che aveva molto cervello, riusciva a mettere in pratica quella tattiche che ad altri non riuscivano. Il suo problema è che, secondo il mio giudizio, non ha fatto il massimo per arrivare in alto: se n’è accorto in tarda età, e ha cercato di modificare il suo atteggiamento. E forse è andato più forte alla fine della sua carriera che all’inizio. Questo credo derivasse da una mancanza di convinzione che non lo portava ad allenarsi come magari era giusto per poter raggiungere certi risultati. Quando era in giornata, non ce n’era per nessuno. Ricordo una gara di velocità a Fornacette, in Toscana, in cui eravamo rimasti in quattro: noi due da una parte, e nell’altra semifinale si sfidavano Cardi con un altro Forestale. E lui era così convinto di poter battere Cardi che mi tolse ogni mia convinzione: "lo batto, lo batto", e io sono arrivato talmente scarico alla sfida con lui che non provai nemmeno a contrastarlo. Così lui entrò in finale così pronto metalmente, che alla fine batté anche Cardi, che era il favorito. E’ sempre stato molto convinto dei suoi mezzi: quando era convinto di poter conseguire un obiettivo, raramente lo mancava. Ma nel complesso avrebbe potuto ottenere molto di più in carriera, se avesse capito certi errori di cui si è accorto nel finale della carriera - mi riferisco ad esempio al problema degli scarpini, soprattutto.

«Quando arrivai alla Forestale, Franco era già il perno attorno al quale ruotava la squadra: se mancava lui, mancava tutto. Se si giocava a carte, si si facevamo gli scherzi, lui era il trascinatore di tutti, era sempre al centro dell’attenzione».


Gigi Sgarbozza

Laziale di Amaseno, classe 1944, professionista su strada dal 1967 al 1972. Maglia amarillo alla Vuelta. 2 vittorie tra i pro': una tappa alla Vuelta, una al Giro d'Italia. Ora è apprezzatissimo opinionista e commentatore del ciclismo in Rai.

«Franco è sempre stato un ragazzo animato da una grandissima passione per il ciclismo. Un corridore intelligente, a cui forse è mancata una grossa struttura alle spalle. Per me, in carriera avrebbe meritato senz'altro di più: aveva i requisiti per essere un grande pistard, ma non è stato molto fortunato nei momenti decisivi della sua carriera».


Giovanni Di Giacomo

Primario ortopedico sportivo di rilievo mondiale.

«Di Francesco ho una grandissima stima, e per lui nutro un grandissimo affetto. Se dovessi definirlo, direi che è simpaticissimo, che è sottovalutato per alcuni aspetti dal punto di vista professionale, ed è soprattutto una persona corretta. La nostra amicizia è ormai datata di sette-otto anni: io lavoro molto nell’ambito dello sport, e essendo lui stato un corridore ad alto livello ci sono incrociati spesso. Io personalmente ho operato molti atleti che conosce lui, qualche volta mi interpella per un consulto quando qualcuno dei suoi atleti ha delle esigenze. La qualità di Franco è la pazienza, unita alla saggezza. E’ una persona serena che sa vivere con ciò che ha, con molta serenità. Non ha malizia, è onesto, fondamentalmente, non è uno speculatore di amicizie: se ti deve chiedere una cortesia, magari si vergogna e non lo fa per pudore, per correttezza».


Giordano Turrini

Classe 1942, uno dei rivali storici di Franco, anche lui nella gloriosa Forestale.

«E’ più giovane di me, perché io sono del 1942. Ma abbiamo fatto in tempo ad essere avversari, anche per un titolo italiano di tandem: ricordo una caduta con lui e Giorgio Rossi, a Varese, mentre io ero con Gorini. Era molto scattante, partiva secco, ed era molto resistente per il surplace, e anzi se ne approfittava un po’ e qualche volta rimaneva anche un po’ distratto. Ma in questa specialità era molto abile, lo testimonia anche il record di durata che ha stabilito molti anni dopo. Era un tecnico della pista, più che uno potente: prediligeva le volate un po’ come le mie, d’astuzia, e poi andava anche molto forte, certo. Il difetto? Faccio una battuta, ma Franco era un "romano", era un po’ comodo, e per allenarsi faceva un po’ di fatica... Diciamo, e lui non me ne voglia, che si allenava il giusto. E in pista più che un romano ci voleva un trentino, possiamo dire così? Ma battute a parte, lui è arrivato comunque ad altissimi livelli. Sono d’accordo sul concetto che la sua carriera non gtli riservò i risultati che le sue qualità potevano portarlo a ottenere, magari con allenamenti più massicci: ma la natura ci ha fatto così, ognuno ha un motore e un suo pilota. A Roma lui era nella Forestale, con Rossi, Castello, e loro avevano la possibilità di allenarsi insieme: erano di fatto dei professionisti della bici, e questo per loro era un vantaggio non indifferente, anche soltanto il fatto di allenarsi in gruppo, e in pista diventa davvero molto importante.

«Attualmente i nostri rapporti sono ottimi, ci vediamo abbastanza di frequente, ci sentiamo minimo tre o quattro volte l’anno: non c’era motivo di non rimanere amici, anche se quella caduta sul tandem me la ricordo ancora...».


Giorgio Rossi

Romano, classe 1948, più volte tricolore su pista, nella storia del ciclismo italiano è il corridore ad aver vinto il maggior numero di titoli italiani tra velocità, open e indoor, km da fermo e tandem; nel 1978 stabilì il record del mondo dei 500 m lanciati al Palazzo dello Sport di Milano. Con Del Zio ha vinto il tricolore del tandem nel 1970.

«E’ un amico fraterno, siamo stati tanti anni insieme. Ci allenavamo dalla mattina alla sera, e anche dopo l’allenamento stavamo insieme. Era un amico, ma anche un avversario: quando era in pista, non guardava in faccia nessuno. Quando eravamo sul tandem, era un bel compagno: era lui davanti, era più esperto di me. Scattava forte, magari gli mancavano gli ultimi venti trenta metri. Tra noi c’era una sorta di linguaggio segreto, che gli avversari non capivano: come un alfabeto mporse tra noi, quando dovevamo scattare dicevamo "no", e gli altri non capivano. Al novanta per cento delle volte era un trucco che ci riusciva. Atleticamente era forte, quando era in giornata, quando aveva il peso giusto, quando si allenava come doveva. Penso che avrebbe dovuto ottenere di più in carriera: è stato un po’ penalizzato da certe circostanze, e dal fatto che lui non era del Nord, c’era una specie di mafia dello sport, è successo anche con me. Lui lottava spesso alla pari con gli altri, ma quelli avevano il vantaggio che erano nati a Milano, o nel Veneto... Ora ci vediamo abbastanza spesso, e mi tiene aggiornato un po’ su tutto».


Giuseppe Giannini

Campione di calcio degli Anni Ottanta e Novanta, campione d’Italia con la Roma nel 1983, più volte in Nazionale. Per tutti "il Principe".

«Franco è un amico. Una persona molto preparata nel suo lavoro, e soprattutto onesta. L’ho conosciuto attraverso le sue frequentazioni di calcio, so anche che è un bravissimo massaggiatore. Ora ci sentiamo piuttosto spesso, è una persona aperta, disponibile, e simpatica».


Guido Messina

Una delle figure storiche della pista italiana. Classe 1931, oro all’Olimpiade di Helsinki nell’inseguimento a squadre, due volte Mondiale dell’Inseguimento; una volta in maglia rosa.

«E’ stato un anno con me, qui a Torino. Era arrivato terzo ai campionati italiani, lo ricordo come un ragazzino molto intelligente, che a volte metteva nel sacco quelli più forti di lui. Era un velocista promettente, da allievo aveva fatto degli ottimi risultati: diciamo che io l’ho inserito nel giro grosso dei velocisti, ricordo che con noi c’era anche un siciliano, che si chiamava Angelo Bruno. In quell’anno fece degli ottimi risultati, infatti poi lo prese la Forestale. Globalmente, credo che Del Zio avrebbe potuto fare molto di più. Mi ha spiegato tempo dopo che non era mai riuscito a sistemare il piede, lo scarpino: lui aveva sempre qualcosa che non andava per il verso giusto. Ha avuto comunque degli ottimi risultati, è stato ai Mondiali, ma gli è mancato appunto un tantino per fare il salto di qualità definitivo: nella velocità, si sa, è questione di decimi. E’ stato un incompiuto, in definitiva, ed è un peccato. Ha l’attenuante di essere capitato in un periodo in cui c’erano molti atleti forti, a differenza di adesso: all’estero c’era gente come Morelon, in Italia c’erano Rossi, Castello, Marino. Ma più di tutti è stato forse Rossi che ha schiacciato un po’ tutti, anche se poi con Del Zio hanno corso anche insieme, e lo stesso Marino credo che in coppia con Rossi gli abbia sottratto qualche titolo possibile».


Leonardo Giordani

Romano, classe 1977, professionista dal 2000 con la Fassa Bortolo prima, con la De Nardi Colpack dopo. E’ stato campione del mondo tra i dilettanti nel 1999 a Verona.

«Ho conosciuto Franco Del Zio nel mio quartiere a Centocelle, nel negozio di bici di Caldaro. Ma la nostra frequentazione divenne assidua qualche mese prima del Mondiale di Verona, intorno a maggio. Sapevo chi fosse, che aveva un passato importante. Mi vide, mi controllò la postura dei piedi, mi disse che avrei dovuto fare le scarpe su misura. Così feci, e poco dopo arrivarono anche i plantari: nel mondo del professionismo è però un tipo di accorgimento che in pochi considerano nella sua reale importanza. Il concetto è che non siamo fatti perfettamente, abbiamo dei difetti che non si eliminano, ma si possono però correggere. I benefici li senti subito: prima ti accorgi della differenza, magari senti qualche dolorino, poi capisci che ti aiutano davvero. Da quel momento, la nostra collabotazione è proseguita: Del Zio mi ha portato dal professor Gallozzi, all’Acquacetosa, che mi ha modificato il plantare e eliminato un dolore che sentivo al ginocchio. Nel bilancio, dico che le piccole cose contano molto, se le metti tutte insieme. Il personaggio Del Zio, invece, se da un lato ti colpisce perché racconta molto ed è di compagnia, dall’altra dimostra di avere competenza. Per questo accetto sempre i suoi incoraggiamenti, perché so che arrivano da una persona che conosce molto bene il nostro sport».


Marcello Faina

Direttore responsabile dell’Istituto di Scienza dello Sport dell’Acquacetosa a Roma: alle spalle una carriera trentennale di medico sportivo, soprattutto nell’ambito ciclistico.

«Come corridore, non ho conosciuto Francesco e non posso giudicarlo. Ma la mia esperienza con lui è nata il 20 settembre 1975, io ero appena arrivato all’Istituto: e da giovane studente di medicina, il professor Dal Monte mi portò a seguire il record di Del Zio al Velodromo olimpico. Io che venivo dalla medicina mi trovai di fronte attrezzature incredibili, nuovissime, affascinanti: pedali dinamometrici, strumenti per l’elettrocardiogramma sotto sforzo. E soprattutto mi trovai di fronte questo personaggio, che potrei definire con tantissimo affetto e in modo bonario un "pazzo completo" perché solo a Francesco poteva venire in mente di provare un record del genere, piazzato sui pedali che riuscì in un’impresa unica. Deve riconoscere che Del Zio è stato, con quella prestazione, uno dei responsabili del fatto che io abbia continuato poi ad occuparmi di medicina dello sport, di scienza dello sport, di persone e gesti atletici unici, che rappresentano appunto l’unicità dello sport e non lo sport di massa. E’ una riflessione che mi trovo a fare adesso, a quasi trent’anni di distanza, ma è assolutamente vera. Il nostro rapporto è continuato con buona familiarità, anche se non frequente. Ma per me lui è legato a quell’episodio, e Francesco significa quanto lo sport possa essere del tutto particolare, è stato la personificazione del concetto che spiegava spesso Dal Monte: quanto, cioé, la macchina umana può fare, quanto di unico l’uomo può fare. Franco ha dunque un merito importante anche nella strada che ho intrapreso in seguito».


Marco Lintozzi

Laziale di Poggio Catino (Rieti), classe 1956, è stato pistard purissimo nel Centro Sportivo della Forestale. Più volte azzurro, è stato campione italiano dell’Americana.

«Della carriera sportiva di Franco, si sa un po’ tutto. Ma credo che ognuno di noi, tra coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di frequentarlo, conservino dei ricordi assolutamente unici, perché Franco è appunto un personaggio unico. Noi, giovani pistard - io ho undici anni meno di lui - ce lo portavamo spesso con noi, negli allenamenti, nelle trasferte, perché era un elemento aggregante. Magari faceva tre chilometri e si fermava, ma era comunque fondamentale. A Francesco, io personalmente posso soltanto dire grazie, perché mi è stato d’aiuto, pratico e morale, in molti passaggi della mia carriera.

Una volta eravamo alla Sei Giorni di Milano. Io e il mio compagno dell’americana, Pino Frosi, eravamo usciti "in caccia" da settanta chilometri sui cento totali. Eravamo i campioni in carica, andavamo molto forte, e per venti metri avevamo anche rischiato di raggiungere il gruppo, di guadagnare il giro, che ci avrebbe dunque fatto vincere la competizione. Invece un nostro compagno, Ottavio Dazzan, smosse le acque, tanto che il gruppo si scosse, e in tre-quattro giri ci riprese e ci doppiò a sua volta. Uscimmo dalla pista distrutti, moralmente e fisicamente. E se ad altri, nella Forestale, non venne in mente di venirci a consolare, a incoraggiare, questo lo fece invece Del Zio, che era il massaggiatore. Ci stette tutto il giorno appresso, incoraggiandoci, dandoci morale, "dai che siete i più forti, dai che domani li battete tutti". La mattina dopo venne lui a svegliarci: la sera, l’americana la vincemmo noi.

Di Francesco, capti subito una personalità fortissima, ancora adesso: è uno che quando parla, ti ammalia. Quel periodo, per noi che stavamo cominciando, fu favoloso, perché su Francesco potevi fare affidamento sempre, e per questo volevamo che venisse sempre con noi.

«Ricordo bene come si allenava, o come... non si allenava: sdraiato sul letto, con scarpini e guantini, tornavamo ed era tutto sudato... Si allenava con la forza della mente.

«Un’altra volta ricordo una sua caduta paurosa in tandem, lui era con Rossi. Giorgio si rialzò, ed era tutto maciullato. Franco no, quando si rimise in piedi cominciò a gridare: "Nun me so’ fatto niente, nun me so’ fatto niente"... Poi l’occhio gli cadde sullo scarpino, che nella scivolata era stata consulato, e con lo scarpino se n’era andato anche mezzo piede: Del Zio lo vide, e svenne.

«Un’altra volta ancora, con Rossi gli progettammo uno scherzo. Giorgio mi disse: partigli ai due giri, non aspettare alla fine. Pronti via, scattai e lo costrinsi a inseguirmi per tutti e due i giri: alla fine mi batté per cinque metri. E lui che era fortissimo sul breve ma non aveva troppa autonomia, se la prese e mi guardò torvo per qualche giorno.

«In definitiva, credo che Franco, con l’intelligenza e il talento che aveva, avrebbe potuto vincere molto di più. Quando era costretto ad allenarsi, perché veniva con noi o doveva fare una serie di gare ravvicinate, era un fulmine, era praticamente imbattibile. Io credo che se Franco, con le sue doti, avesse avuto la forza di Giorgio Rossi, sarebbe stato per anni l’autentico dominatore della pista, italiana e mondiale».


Mario Gentili

Sento il dovere di esternare una mia , di elogio verso un amico un maestro. di vita sportiva, lo cosciuto all' inizio della mia carriera quest' uomo si chiama francesco del zio, correva l'anno 1975, ebbi la fortuna di far parte della mitica società corpo forestale dello stato. anche se avevo solo 13 anni e militavo tra gli esordienti, francesco era già un campione affermato della velocita su pista, e per me appunto un ciclista da emulare fu il primo a darmi consigli su come affrontare una gara e ancora oggi ricordo quelle parole , di come sapeva trasmettere entusiasmo, e credo proprio senza esagerare che nel proseguo della mia carriera e nel conquistare 2 volte il campionato del mondo un po' lo devo anche a questo caro amico francesco . ora che ho 42 anni e sono un uomo felice desiderio di dirgli grazie grazie Francesco.


Mario Valentini

Umbro di Montefalco, classe 1942, due volte campione italiano del km, vincitore del Gp Internazionale di Cecoslovacchia del km a del tandem, quindi tecnico della Forestale, della Nazionale italiana di ciclismo su pista settore velocità, e ora tecnico di ciclismo della Federazione disabili.

«Grandissima classe, Franco, e pochissima voglia di allenarsi. Non è mai arrivato a capire quale fosse davvero il suo potenziale. Se lui avesse messo negli allenamenti la grinta che sprigionava in gara, sarebbe stato un corridore eccezionale. Dall’altra parte, va fatta una seconda considerazione: siccome si dice che la fame aguzza l’ingegno, si potrebbe anche dire che forse Del Zio era così forte appunto perché sapeva di essere inferiore agli altri. Io gli dicevo: “Franco, con te è una guerra persa”, ci hanno provato in tanti a convincerlo. Ma lui davanti a un piatto che gli poteva far male, non si tirava mai indietro. Non era professionalmente preparato: era il classico corridore che non sai dove può arrivare. Era capace di fare dei tempi bassi, e poi andare in gara e fare dei capolavori. Giorgio Rossi diceva: Franco vince perché non ha niente da perdere, e si inventa le cose migliori. Federico Paris era un po’ come lui: era inferiore fisicamente, poi correva e centrava le volate migliori. Io lo tenevo con noi perché consigliava i giovani, ci parlava, faceva gruppo, poi lo portai anche a fare il massaggiatore. Se non era vincente in pista, era vincente in squadra. Per me sarebbe stato anche un grande tecnico: non tanto come allenamento o costruzione del risultato, ma come tattico. Lui ricorda del Mondiale di Maebashi: ma io quel giorno non ho avuto problemi a riconoscere che la tattica era stata concepita da Franco: gli era dovuto».


Massimo Marini

Romano, classe 1954, più volte campione italiano di velocità (esordienti, allievi, dilettanti), quindi tre volte tricolore del tandem con Rossi, campione italiano anche dell’inseguimento. Tecnico federale della Fci e della federdisabili.

«I nostri dialoghi erano spesso di questo tenore: "Stavolta te batto" mi diceva. E io gli rispondevo: "Al massimo me vedi la ruota". A onor del vero, ben poche volte Franco mi ha battuto, ma è stato un formidabile maestro. Tra noi c’è una differenza di età notevole, e poi quello che ricordo di lui non sono tanto le sfide, quanto il fatto che lui mi ha aiutato molto a crescere. Del Zio è stato senza dubbio il corridore più tecnico che la Forestale abbia mai avuto, e sì che di campioni ne sono passati in quegli anni. Di lui posso dire che il bisogno aguzza l’ingegno: se Franco dal punto di vista atletico non era un mostro, per superare questo gap rispetto ad altri corridori, interveniva con l’intelligenza, la furbizia. Un po’ come tutti i campioni, ha avuto molti alti e bassi, ha subito ingiustizie, ha avuto svariate controversie, e come tutti noi credo che avrebbe potuto ottenere di più, ma è un discorso che ci accomuna tutti. Ora i nostri rapporti sono rimasti buoni, anche se gli impegni di lavoro, gli interessi diversi, si hanno un po’ allontanato: ma quegli anni alla Forestale non si dimenticano di certo».


Oreste Viola

Calabrese di Lamezia Terme, ha un negozio di bici a Roma. Classe 1939, ha partecipato a quattro Mondiali dietro motori dal 1960 al 1964.

«Eccome se me lo ricordo, quel ragazzino. Io tornavo dai Mondiali, era il 1960, e lui mi affiancò in bici per circa tre chilometri. Poi mi disse: . Io lo guardai con circospezione, mi risultava strano che uno piccolo così potesse sfidarmi. E gli dissi: Va bene, ma facciamo almeno 800 metri. Uno che mi sfidava così... volevo anche evitare brutte figure. Poco tempo dopo lo rividi, e capii perché mi aveva sfidato: era davvero un ragazzo promettente. Nel complesso, penso che Francesco abbia ottenuto dalla sua carriera meno di quanto dovesse e potesse aspettarsi, questo anche perché nella sua epoca aveva una concorrenza fortissima, c'erano davvero tanti campioni. Lo rivedo spesso, viene da me, al mio negozio di bici, e parliamo di quei tempi: è un bravo ragazzo, che è stato un buon atleta ed è adesso, un ottimo tecnico. Mi risulta infatti che stia facendo delle ottime cose».


Paolo Cimini

Classe 1964, ex pistard ed ex professionista, vincitore di una tappa al Giro d’Italia 1987 a Lido di Jesolo, del Gp di Philadelphia, del Trofeo Laigueglia e del Giro dell’Etna.

«Il mio rapporto con Franco è radicato negli anni. Me lo ricordo quando veniva a vedere le gare di noi giovanissimi, io ero ancora in pista, e lui aveva stretto un’amicizia con mio padre, Roberto, dirigente regionale di ciclismo. Ora che mio padre non c’è più, mi è rimasta l’amicizia con Franco, anche se entrambi rispetto ai quei tempi abbiamo cambiato i nostri campi d’azione. Lui ha allargato le competenze, anche se è rimasto nello sport attraverso le sue competenze nel ramo della posturologia, io mi sono dedicato all’azienda di famiglia e vivo lo sport attraverso le aspettative di mio figlio, Roberto come il nonno, che gioca a pallone nella scuola calcio della Lazio. Ma tra me è Franco c’è quell’intesa di sempre, che va oltre il tempo che passa».


Pietro Algeri

Bergamasco di Torre de’ Roveri, classe 1950, campione del mondo di inseguimento a squadre nel 1971; nel 1976 ha stabilito il record mondiale dell’ora dietro motori al coperto (69.741 km), più volte tricolore tra mezzofondo e inseguimento. Vincitore di due Sei Giorni, sette volte in Nazionale. Ora direttore sportivo di squadre professionistiche (Del Tongo, Lampre, Mapei, nel 2004 alla Saunier Duval)

«Io ero diciottenne quando sono entrato nel clan dei pistard, e Del Zio fu uno di quelli che mi impressionò di più: da giovani, si guarda sempre ai più grandi, e lui aveva una personalità fortissima. La cosa che mi colpì subito è che lui su strada non si allenasse quasi mai, mentre su pista sapeva fare grandi cose. Poi ho capito che se probabilmente avesse sviluppato di più quel tipo di ciclismo che sarebbe venuto dopo, Francesco con le sue qualità avrebbe avuto una carriera ben più importante.

«Aveva le sue specialità, tattica, strategia, era impressionante, in bici aveva un’abilità finissima: ma io, ripeto, non lo vedevo mai allenarsi. Ricordo che, eravamo a Varese nel 1969, lui e gli altri velocisti facevano tre-quattro chilometri e tornavano già a casa. E mi dicevano: "sai, i velocisti si devono allenare così". E io, che facevo lo stradista e l’inseguitore, mi dicevo: "ma è possibile che si allenino così poco? Va bene che devono fare duecento metri di volata...". Oltre questo, Franco in pista era eccezionale: dopo di lui è venuto il ciclismo dei giapponesi, dei corridori dell’Est, e la velocità è diventata più una disciplina di potenza. Ecco, ricordo che dal Venezuela, 1977, cominciarono ad arrivare altri corridori e il ciclismo cambiò: da quell’anno, insomma, non fu più il ciclismo di Del Zio. Lui invece insegnava e praticava il ciclismo di una volta: la tattica, il surplace, agganciare l’avversario, tenerlo fino a cinquanta metri dall’arrivo, non lasciarlo esprimere; fantasia e cervello pìiù che gambe e potenza. Era molto particolare anche il suo approccio alle gare, lo vedevi che si chiudeva in se stesso, parlava pochissimo, sembrava concentrato. Poi d’improvviso si rivolgeva a me o a qualcun altro e diceva: "ma come farà Morelon a battermi? Lo vedi che ndo’ metto i piedi se rompe er pavimento...". Aveva questo spirito, questo umorismo involontario: come si fa a dimenticare uno così? Tanti corridori di quel tempo non li ho più visti, non li ricordo nemmeno, mentre lui era diverso da tutti, ha sempre avuto un estro particolare».


Pino Antonini

Pistard, quindi allenatore della Nazionale.

«Ho tanti ricordi su Franco, svariati aneddoti che dopo tanti anni mi sono rimasti ancora impressi. Su tutti, il fatto che lui si allenasse concentrandosi sul letto. Io sono stato allenatore della Nazionale per tanti anni: diciamo che come corridore ero inferiore a lui, poi ho intrapreso una carriera da tecnico, e sono tuttora dipendente Coni e dunque di atleti ne ho conosciuto parecchi. E posso assicurare che Franco è l’unico corridore che abbia mai visto allenarsi col pensiero: noi uscivamo su strada o in pista, lui rimaneva a letto e faceva le volate mentali. E’ una tecnica singolare che io non ho mai sperimentato, né su di me né sugli altri, ma evidentemente a lui riusciva perché poi andava in pista e vinceva. Da uno a dieci, lui valeva nove, ed era anche molto intelligente, era astuto. Poi c’era la sua indole, un po’ poltrona, un po’ da salotto, che si sposa poco con lo sport da alto livello: ma il suo motto era appunto "pochi allenamenti ma buoni". Il massimo lo ha espresso nel tandem: lui guidava, era abile e scaltro, e dietro aveva spesso un "motore" importante, come poteva essere Giorgio Rossi, e a livello internazionale costituivano una coppia di assoluto valore. E a quel tempo, a differenza di adesso, i rivali erano tanti: ogni Paese del blocco dell’Est in quegli anni esprimeva un tandem di altissimo livello.

«Indubbiamente il fatto che lui avesse buone doti, un ottimo cervello ma non tantissima voglia di allenarsi, alla fine tutto non gli ha permesso di esprimersi compiutamente. Per noi che eravamo più giovani era una specie di esempio, un punto di riferimento: ci insegnava le tattiche, ci dava i consigli, ci faceva un po’ da fratello maggiore, insieme con Valentini che era il tecnico. Era metodico, pignolo nella misurazione della bici, degli scarpini. Lui ricorda di una penalizzazione subita a Padova, ma io dico che è un po’ la storia comune di tutti. Sono episodi che valgono, certo, ma sono molto ricorrenti nella storia di tutti».


Sebino Nela

Campione di calcio degli anni Ottanta, ha vinto lo scudetto con la Roma nel 1983. Cursore di fascia di grandissime doti, ora dirige una scuola calcio a Roma. E’ opinionista televisivo per Sky.

«L’ho conosciuto qualche anno fa a Roma, tramite le nostre società: lui impegnato nel suo lavoro, io come direttore della mia scuola. E sono venuto a conoscenza dei suoi trascorsi sportivi: lui è stato un campione, io invece non ho trascorsi ciclistici. Ma se non fossi diventato un calciatore, avrei fattào sicuramente il corridore: il ciclismo mi appassiona, da sempre, avevo ancher le gambe "giuste" per diventare un discreto passista. E’ uno sport di fatica, e come gli sport di sacrificio mi sarebbe sicuramente piaciuto praticarlo. Franco è una persona che sa il fatto suo, anche se personalmente non ho avuto mai bisogno del suo apporto come massaggiatore: l’ho conosciuto dopo la mia carriera agonistica. Ci sentiamo spesso, sto cercando di convincerlo a lavorare con me nella mia struttura a via Appia Pignatelli: stiamo adeguando tutta la struttura. Per la prossima stagione, 2004-2005, cercherò di strapparlo alla concorrenza...».


Vito Scala

Preparatore atletico, ha seguito sin dagli esordi la carriera di Francesco Totti, il fuoriclasse della Roma e della Nazionale di cui è molto amico.

«Incontrammo Franco nella sua galleria d’arte, quando Totti era ancora nella Primavera della Roma, quindi proprio all’inizio della sua carriera. E’ stato il primo giocatore della Roma a entrare nella galleria di Del Zio e posso dire che questa visita ci ha portato fortuna: Del Zio regalò un quadro a Totti, che da allora cominciò la sua scalata verso i vertici del calcio mondiale. Del Zio oggi è un amico, l’ho conosciuto attraverso il calcio, e siamo tuttora in ottimi rapporti».


Leonardo Giordani

Romano, classe 1977, professionista dal 2000 con la Fassa Bortolo prima, con la De Nardi Colpack dopo. E’ stato campione del mondo tra i dilettanti nel 1999 a Verona.

«Ho conosciuto Franco Del Zio nel mio quartiere a Centocelle, nel negozio di bici di Caldaro. Ma la nostra frequentazione divenne assidua qualche mese prima del Mondiale di Verona, intorno a maggio. Sapevo chi fosse, che aveva un passato importante. Mi vide, mi controllò la postura dei piedi, mi disse che avrei dovuto fare le scarpe su misura. Così feci, e poco dopo arrivarono anche i plantari: nel mondo del professionismo è però un tipo di accorgimento che in pochi considerano nella sua reale importanza. Il concetto è che non siamo fatti perfettamente, abbiamo dei difetti che non si eliminano, ma si possono però correggere. I benefici li senti subito: prima ti accorgi della differenza, magari senti qualche dolorino, poi capisci che ti aiutano davvero. Da quel momento, la nostra collabotazione è proseguita: Del Zio mi ha portato dal professor Gallozzi, all’Acquacetosa, che mi ha modificato il plantare e eliminato un dolore che sentivo al ginocchio. Nel bilancio, dico che le piccole cose contano molto, se le metti tutte insieme. Il personaggio Del Zio, invece, se da un lato ti colpisce perché racconta molto ed è di compagnia, dall’altra dimostra di avere competenza. Per questo accetto sempre i suoi incoraggiamenti, perché so che arrivano da una persona che conosce molto bene il nostro sport».